“Niente è più importante che poter osservare le fonti dell’invenzione che sono, a mio parere, più interessanti delle invenzioni stesse.” Gottfried Wilhelm Leibniz

Molti sostengono che il processo sia più importante del prodotto. E forse hanno anche ragione. Ma per una volta proviamo a dare importanza ad entrambe le cose.

E dunque cosa è il processo? Cosa è il prodotto?

Il processo è il mondo che muta e che bisogna osservare e studiare di continuo; sono i Paesi del sud del mondo, come l’Africa, quel mondo che presenta ancora diversi gap nelle più basilari condizioni di vita; è capire come tutto l’esistente possa essere ripensato e riassemblato per fornire una risposta a un target non di nicchia. Il processo è, ancora, capire cosa lega la propria infanzia da piccolo venditore di oggetti usati alla signora sulla sessantina che in una grande megalopoli africana, tipo Nairobi, prova a sbarcare il lunario facendo la street vendor. Un po’ come lo facevi tu. Cambia poco se, su un telo adagiato per terra, vendevi ai coetanei la figurine mancanti dell’Album Panini, il peluche con l’occhio staccato, la collanina di corda, il pettinino delle Barbie di tua sorella o il gioco da tavolo senza alcune pedine e invece la signora prova a vendere, con la stessa disomogeneità di prodotti, 5 avocado, alcune mollette, sukuma wiki, o una barra di sapone per abiti.

Cosa cambia allora? Cambia il fatto che tu non lo facevi nel fango, spesso con le gambe in rigagnoli di acqua putrida, che non lo facevi con la fatica di tutti i giorni e con una famiglia a casa, che non eri costretto a vendere di sera senza luce. E dunque, il processo è anche capire, per esempio, che la storia e il mondo sono pieni di street vendors per gioco, hobby o per necessità, con il loro bagaglio di bisogni e necessità. Più simili tra loro, nonostante le distanze geografiche, di quanto ci immaginiamo.

Non serve aver viaggiato molto per capire  questo. San Paolo del Brasile, Testaccio a Roma, Via Caracciolo a Napoli, Montmartre a Parigi, le Ramblas a Barcellona. Regolari o irregolari, è una mera questione amministrativa. La sostanza non muta. Io, Mara, Giusy, Silvio e Francesco li osserviamo da anni gli street vendors. Da molto prima di conoscerci e condividere una visione. Sì, perché i grandi numeri consentono di fantasticare, avere una visione, un’idea di sviluppo. Cullare, nel tuo piccolo, un’idea di cambiamento autentica non perché approda a te direttamente (nessuno di noi è street vendor per professione ma solo per ricordo adolescenziale), ma perchè da te parte direttamente.

Come immagini il mondo?

E il prodotto in tutto questo? Il prodotto ha un nome e volutamente non un cognome, come le cose informali.

Il prodotto è Barraq: il primo negozio ambulante, leggero, apribile e trasportabile come un trolley, alimentato a energia solare per fornire elettricità e illuminazione anche di sera. Barraq è lo shop a basso costo e accessibile a tutti.

Come diceva Liebniz, è necessario “osservare le fonti dell’invenzione”. La nostra fonte è stata l’Africa, che torna sempre a fare capolino nella nostra vita, sia per scelta che per fato, essendo noi cittadini affacciati sul mediterraneo. L’Africa, continente per molti rimpicciolito a Stato, dove 7 persone su 10 vivono di economia informale e di vendita su strada. Uno dei luoghi della complessità. E’ in quel posto che nasce l’idea che con una punta di orgoglio chiamiamo invenzione.

Poi, un giorno di un anno fa, l’idea si fece prodotto.

Una volta parlando di Barraq, un tizio ci disse: ”Voi parlate a un target di sfigati, di gente che nessuno ha mai calcolato né come consumatori, né come destinatari di attenzioni particolari”. E noi rispondemmo: “Un 1.000.000.000 di sfigati possono cambiare le regole del gioco”. La nostra risposta voleva rafforzare l’idea che fare qualcosa provando a incidere sui bisogni delle persone era una sfida da intraprendere. Perché, come  diciamo spesso tra noi:” se non è questo il fine delle cose, che facciamo, di che stiamo parlando?”

Per ambire a incidere sulla condizione delle persone non serve viaggiare, serve provarci. E noi ci proviamo.

Non si tratta di filantropia. Si tratta di realizzare qualcosa di utile e bello. Già, bello. Non il gesto. Bello il
prodotto: Barraq. Sì, questo negozio mobile deve essere bello perché la dittatura che impone alle cose non costose di essere meno belle di quelle più costose deve finire. Il bello deve diventare un diritto di tutti.

Qualunque sia l’oggetto.

Il mondo è pieno di citazioni e per questo articolo abbiamo già dato fondo al nostro credito. Preferiamo dare libero sfogo all’espressione che più supporta Barraq. C’è un’espressione, in particolare, che sostiene da sempre Barraq; che supporta noi durante una riunione andata bene o meno bene. Supporta noi quando nella piazza di qualche remoto paesino della Puglia, qualche bengalese si posiziona con tavole e tavolacci sotto il lampione per provare a vendere i suoi monili. Supporta noi dopo una cena di lavoro, che è lavoro ma resta prima di tutto una cena. E allora tra un guacamole, qualche formaggio locale, piattini a spizziccare con le dita, è dolcissimo sentire una frase come fossimo un coro a cappella:

“Si può fare”!